I libri erano il mio segreto. E mi hanno salvato

Qui di seguito un articolo di Alice Scolamacchia sul potere salvifico dei libri (pubblicato sulla 27esima ora, Corriere della Sera)

Foto articolo Alice

Ho un ricordo di me bambina, e poi ragazzina, quando pensavo che dopo un certo punto non ci sarebbe stato più niente.

È stato così, all’improvviso, passare dal sorriso a un broncio, quasi perenne, ancora più insistente dopo la solita e fatidica frase: «perché non sorridi?».

Niente, non sorridevo: era un modo, uno status, un vestito, certamente più bello di quelli da imbranata che, volente o nolente, ti toccano dalla seconda media in poi. Tu non scegli, non decidi, ti guardi allo specchio e non ti riconosci: «chi sono, cosa voglio, la felpa con gli alberelli e il fiocco in testa fanno di me una persona di carattere o una patata?».

La seconda media per me è stata un punto di svolta, una rivelazione, un crollo, il momento in cui prati verdi e pony e conigli saltellanti hanno lasciato il passo a una realtà terrificante: i brufoli sulla fronte, i compiti in classe di matematica, la consapevolezza di non provare il minimo interesse per i Duran Duran ed essere così, irrimediabilmente, fuori dal mondo. Però, quasi il destino avesse già deciso, la salvezza arriva quando meno te l’aspetti e nella maniera più improbabile: una frase di tua madre, un libro sulla scrivania, quella copertina con un disegno astratto, sull’azzurro, di cui ho un ricordo sfumato, ma netto per ciò che riguardava il potere delle parole.

Io in quel momento ho cominciato veramente a leggere, ho scoperto i libri, ho decretato che da quel giorno in poi sarebbero stati la mia salvezza, la mia ancora quando il mare era mosso, il mio rifugio, la speranza sempre fulgida, l’unica cosa di cui mai avrei fatto a meno perché, loro, non mi avrebbero tradita. La frase «leggi un libro» è forse quella che evoca maggiormente mia madre, all’epoca essere etereo e inflessibile che mi iniziava alle traversie della scuola facendomi vedere le cose con una —per lei — normalità lapalissiana e inattaccabile: «Sarà così almeno per i prossimi quindici anni, rassegnati»; e però era mia madre, un genitore, e nella mia labilissima volontà rivoluzionaria che allora cominciava a prendere corpo per poi languire quasi subito, non ero convinta che darle retta fosse la strada giusta per sdoganarmi da ciò che stavo diventando e che detestavo.

Però ricordo quel pomeriggio, ricordo quel libro, e il già citato azzurro: Il cavaliere inesistente di Italo Calvino, testo di narrativa scelto dalla mia severissima professoressa di lettere che incuteva timore già solo dal cognome che rispetto al mio, da cartone animato, aveva un’altisonanza inespugnabile. Cominciai a leggere pigramente e poi con sempre maggiore avidità, senza fermarmi: il primo, il secondo, il terzo capitolo… Ma non volevo andare avanti, perché pensavo di non potere, visto che su quel libro c’erano compiti ed esercizi da fare. E allora mi si è aperto un mondo: la biblioteca dei miei genitori; da lì la spinta a leggere, a scoprire, a non rinunciare mai a trarre piacere dalle ricerche e dalle curiosità mie e altrui.

Da quel momento in poi non ho mai smesso di leggere: Calvino, Ginzburg, Levi, Buzzati, tutti gli scrittori de «Gli Struzzi» di Einaudi, e poi la scoperta degli scrittori russi e delle scrittrici anglosassoni e di tutti coloro, anche scelti solo perché erano lì, a portata di mano, che hanno dato un senso diverso alle mie solitudini cercate, volute, scelte. Era un mondo solo mio, una scoperta continua, un immaginare mentre andavo avanti a leggere, o mi fermavo, o quando, una volta finito, pensavo a cosa ancora poteva succedere.

Era un segreto, una casa, era il mondo in cui facevo entrare chi pensavo potesse capirmi, e se nessuno mi capiva a me non importava più, o forse mi importava di meno. Saprei dire, ancora adesso, quali sono stati quei libri che mi hanno cambiata, o consolata, o dato una chiave di lettura diversa da quella che pensavo ci fosse, che qualcuno mi aveva indicato ma che non era mia. Mi ricordo le prime lacrime d’amore spezzato piante con la scusa di voler celebrare l’ultimo dei Buendía divorato dalle formiche, l’attesa nel capire se Mister Darcy avrebbe capitolato, la sensazione del mare e del sole sul viso inseguendo la balena bianca, la delusione di quell’Anna così forte che a un certo punto non ce la fa più, le famiglie di Natalia e le sue frasi così asciutte ma piene di tantissime cose, la costrizione di quell’appartamento segreto in una casa di Amsterdam, gli sfarzosi balli, a Palermo come a Mosca, e le slitte, la neve e la guerra che non permetteva a chi si amava di ritrovarsi.

I libri erano il futuro, ma anche un passato sconosciuto che sapevo non sarebbe mai stato il mio e dal quale potevo attingere vite diverse, quando cercavo quell’evasione che mi permetteva di respirare se aria non c’era più. Ho letto quando ero felice, quando ero triste, in tutte le stagioni, in ospedale, arrotolando i fili della flebo perché non mi dessero fastidio, in treno e in aereo e in nave; ho letto cose che mi vergogno ad ammettere di aver letto, altre che non pensavo mi sarebbero piaciute, alcune sottovalutate o sopravvalutate solo per chi le aveva scritte, ho letto al posto di altri, ho letto al di sopra di teste che leggevano, ho letto quando dovevo calmarmi e quello era il solo modo per farlo. Ho riletto alcuni libri perché pensavo che mi avrebbero dato sensazioni diverse in età differenti, ma non ho mai ripreso in mano Il cavaliere inesistente, mai più: ricordo ancora quell’emozione, quella bambina che sognava in azzurro, che non voleva sorridere a comando, che era felice a modo suo, che sfogliava quelle pagine e pensava, ripensava, di che colore fosse la sua anima e quella di tutti gli altri che incontrava. Ancora adesso.

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